L’intervento di protesi d’anca può complicarsi con calcificazioni o perfino ossificazioni dei tessuti molli attorno all’impianto.
Pur essendo teoricamente indicate nel trattamento di questa patologia, le Onde d’Urto non trovano grande applicazione principalmente per problemi tecnici e per mancanza di studi scientifici dedicati.
L’entità delle calcificazioni e/o ossificazioni può essere di grado molto diverso come descritto nella classificazione di Brooker del 1973.
Classificazione di Brooker
- Assenza di calcificazioni e ossificazione nel grado 0
- Ossificazione di grado I: isole di osso nei tessuti molli intorno all’anca.
- Ossificazione di grado II: speroni ossei a partenza dal bacino o dall’estremo prossimale del femore che lasciano lo spazio di almeno 1 cm tra le opposte superfìci ossee.
- Ossificazione di grado III: speroni ossei a partenza dal bacino o dall’estremo prossimale del femore che riducono lo spazio fra le opposte superfìci ossee a meno di 1 cm.
- Ossificazione di grado IV: evidente anchilosi ossea dell’anca.

Fattori di rischio per le calcificazioni periprotesiche
I fattori di rischio per la comparsa di calcificazioni / ossificazioni periprotesiche possono essere soggettivi, legati principalmente alle condizioni del paziente o oggettivi, conseguenti alla tecnica chirurgica usata ed alla sua più o meno corretta conduzione.
Questo avviene principalmente con l’approccio chirurgico postero-laterale e con incisione chirurgica più ampia come avveniva in passato con la tecnica tradizionale.
Rischi minori si hanno con vie chirurgiche diverse e mini invasive, oggi sempre più utilizzate.
Altri fattori di rischio di tipo soggettivo che aumentano la probabilità di andare incontro a calcificazioni sono la presenza di stati infiammatori importanti o una frattura dell’anca.
Sintomatologia da calcificazioni delle protesi d’anca
Nei casi di piccole calcificazioni o ossificazioni periarticolari solitamente non sono presenti importanti disturbi ed il risultato dell’intervento è lo stesso che si avrebbe senza queste.
Nei casi invece di interessamento maggiore, come nei gradi III e IV della classificazione di Brooker, possono essere presenti dolore e limitazione funzionale dell’articolazione di diversa gravità.
Le Onde d’Urto nelle calcificazioni delle protesi d’anca
L’efficacia delle Onde d’Urto nel trattamento delle calcificazioni e delle ossificazioni iniziali eterotopiche è indiscussa, vedasi l’indicazione storica nella miosite ossificante e nelle calcificazioni laterali dell’anca.
Nel caso specifico di quelle dei tessuti molli periarticolari a seguito di protesi totale di anca la situazione è ben diversa.
Infatti nei casi in cui sarebbero sicuramente più efficaci, come nei gradi I e II Brooker in genere non se ne ravvede la necessità clinica, essendo i disturbi funzionali assenti o molto modesti.
Nei casi invece più gravi, come quelli riferiti ai gradi III e IV di Brooker, in cui effettivamente si renderebbe necessario aggredire calcificazioni e ossificazioni più importanti, al momento non esistono in letteratura dati confortanti sulla reale efficacia delle Onde d’Urto, né tantomeno linee guida o protocolli attuabili.

Indubbiamente l’estensione delle lesioni, oltre alla loro profondità specie in soggetti sovrappeso e obesi, e alla presenza della protesi nelle vicinanze rendono tecnicamente non semplice il loro trattamento.
Sono auspicabili nuovo studi in relazione anche alla futura evoluzione tecnologica della tecnica prima di poter annoverare questa patologia tra le indicazioni alla terapia con Onde d’Urto.
Prevenzione delle calcificazioni e ossificazioni nelle protesi d’anca
Al momento nella prevenzione rimangono valide le usuali e consolidate tecniche di prevenzione sia sul versante della tecnica chirurgica che sull’uso di profilassi con antinfiammatori ( FANS ) prima dell’intervento.
Classicamente la profilassi è stata eseguita con l’indometacina ma anche altri FANS hanno dimostrato pari efficacia.
Il problema rimane quello di identificare i soggetti realmente a rischio soggettivo, specie nel caso del primo intervento, per poter proporre la profilassi farmacologica.
Uno studio recente dell’Università di Torino ha cercato di identificare dei criteri di rischio esaminando il decorso di oltre mille interventi di protesi d’anca eseguiti con via chirurgica postero-laterale.
Genere ed età fattori di rischio per calcificazioni e ossificazioni periprotesiche
E’ emerso che il sesso maschile è di per se un fattore di rischio significativo.
Anche l’età maggiore di 65 anni al momento dell’intervento rappresenta un rischio maggiore di questa complicanza.
Altri aspetti però di tipo oggettivo rappresentano un aumentato rischio come il grado di impatto della chirurgia sui tessuti molli conseguente alla tecnica chirurgica ( lunghezza dell’incisione, approccio tradizionale o mini invasivo, durata dell’intervento, impianto di un drenaggio e tempo della sua permanenza ).
La significatività statistica per questi fattori indicano un aumentato rischio di complicanze per un tempo chirurgico superiore ai 90 minuti ed una permanenza più prolungata del drenaggio.
Terapia delle ossificazioni nelle protesi d’anca
Concludendo la terapia delle ossificazioni eterotopiche in caso di protesi d’anca, quando ci sia dolore e importante limitazione funzionale, quindi solitamente nei gradi III e IV secondo Brooker, rimane prevalentemente chirurgica ed in alcuni casi radioterapica.